Posso usare ChatGPT con i contratti dei clienti? Le tre cose da controllare prima
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Se un vostro commerciale o un vostro tecnico vi ha chiesto se può caricare su ChatGPT i contratti dei clienti, per farli riassumere o per preparare un’offerta, la risposta giusta non è un sì o un no. Dipende da tre cose che con l’intelligenza artificiale c’entrano poco: con quale account si lavora, che cosa avete promesso ai clienti, e se domani potrete ancora dimostrare di aver protetto i vostri segreti.
Non è un dubbio da poco. Secondo l’Istat (dati 2025), tra le imprese italiane con almeno 10 addetti che avevano preso in considerazione l’AI e poi non l’hanno usata, il 43,2% indica come ostacolo le preoccupazioni per la privacy e la protezione dei dati.
Con un account personale, la risposta è no
Il caso più comune è anche il più semplice. Per i piani destinati ai privati OpenAI lo scrive nella sua pagina di aiuto: «When you use our services for individuals (Free, Plus, Pro), we may use your content to train our models». L’opzione si può spegnere nelle impostazioni, ma la decide chi ha l’account, cioè il dipendente, non l’azienda.
Il punto vero però è un altro. Un contratto contiene di solito dati personali: il nome di chi firma, gli indirizzi email e i telefoni dei referenti. Il GDPR permette di affidarli a un fornitore che li tratta per conto vostro solo con un contratto scritto che dica che cosa può farne (art. 28). OpenAI dichiara di poter firmare questo accordo, il Data Processing Addendum, per ChatGPT Business, ChatGPT Enterprise e l’API: i piani personali non sono nell’elenco. Con un account personale i dati dei vostri clienti finiscono quindi da un fornitore senza un contratto che li protegga.
Con un servizio aziendale si può, se tre controlli tengono
Con i piani aziendali il quadro cambia. OpenAI scrive che di base, per ChatGPT Business, Enterprise, Edu e per l’API, non usa per migliorare i modelli quello che inserite e quello che ricevete, a meno che l’organizzazione non abbia scelto di condividerlo. Restano tre controlli che nessun fornitore può fare al posto vostro.
- Il contratto sui dati. Firmatelo come azienda prima di caricare il primo file, e conservatene una copia: è il documento che il GDPR chiede quando un fornitore tratta dati personali per conto vostro.
- Chi può leggere. Anche nei piani aziendali qualcuno, dal lato del fornitore, può vedere le conversazioni. Per ChatGPT Business OpenAI indica i suoi dipendenti autorizzati, per l’assistenza tecnica, gli abusi e gli obblighi di legge, e gli «specialized third-party contractors who are bound by confidentiality and security obligations, solely to review for abuse and misuse»: collaboratori esterni vincolati alla riservatezza, solo per controllare gli abusi. Va saputo, e va detto al cliente se il contratto lo chiede.
- Che cosa avete promesso. Rileggete la clausola di riservatezza dei contratti più importanti. Se vieta di comunicare le informazioni del cliente a terzi senza il suo consenso, il fornitore del servizio di AI va trattato come un terzo: serve il consenso, oppure una clausola che preveda quel fornitore. Nessuna impostazione del software sostituisce questo controllo.
Il segreto industriale si perde in silenzio
Nei contratti ci sono anche i vostri segreti: prezzi, sconti, condizioni, a volte le specifiche tecniche del cliente. Il Codice della proprietà industriale li protegge come segreti commerciali solo se chi li controlla li ha sottoposti a «misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete» (art. 98). Se un giorno, in una causa, emergesse che quei documenti giravano su account personali senza una regola scritta, dimostrare quelle misure sarebbe più difficile. Lo abbiamo spiegato in Segreto industriale e AI: se non potete provare le misure, la tutela non c’è.
Come lo facciamo noi
Da noi la regola è scritta e vale prima di tutto per noi: i manuali tecnici che i clienti ci affidano li legge solo l’AI che gira sulle nostre macchine, mai un modello in cloud. Il modello principale è a pesi aperti, della famiglia Qwen, con circa 180 miliardi di parametri in tutto; dal 14 ottobre 2026 gira anche su una nostra workstation con due schede NVIDIA RTX PRO 6000 da 96 GB ciascuna. Gli assistenti in cloud che usiamo per altri lavori, per esempio per cercare e verificare le fonti pubbliche di questo articolo, quei documenti non li aprono.
Non è una scelta che rallenta il lavoro. L’11 ottobre 2026 abbiamo fatto leggere ai nostri modelli a pesi aperti 1.174 pagine di dieci manuali di macchine pubblici, mai visti prima: su 50 pagine controllate a caso hanno ritrovato il 98,4% dei codici e dei valori, a 4,8 secondi a pagina.
Che cosa fare questa settimana
- Una regola scritta: niente account personali o gratuiti per i documenti dei clienti e per tutto ciò che è riservato. Se manca anche una policy aziendale sull’AI, partite da lì.
- Se scegliete un servizio in cloud: piano aziendale, contratto sui dati firmato dall’azienda, nessun uso dei vostri contenuti per addestrare i modelli.
- Le clausole di riservatezza dei contratti principali: chi può ricevere le informazioni, e con quale consenso.
- Per i documenti che non devono uscire: un modello che gira su una macchina che controllate voi, o che controlla per voi un fornitore legato da un contratto sui dati.
Se avete documenti che non possono uscire e volete capire che cosa ci farebbe un’AI che resta in casa, il passo è uno: scriveteci quali documenti sono e dove devono restare.
Scritto con l’aiuto dell’AI e verificato da CSIDIA.
Fonti
- OpenAI, «How your data is used to improve model performance» (Help Center)
- OpenAI, «Enterprise privacy at OpenAI»: addestramento, DPA e accesso alle conversazioni nei piani aziendali
- Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), art. 28: responsabile del trattamento (EUR-Lex)
- D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30 (Codice della proprietà industriale), art. 98 (Normattiva)
- Istat, «Imprese e ICT – Anno 2025», comunicato del 15 dicembre 2025