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Palantir e l’ICE: il contratto ImmigrationOS che ha diviso la Silicon Valley

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Facciata di un edificio istituzionale moderno con una telecamera di sorveglianza a cupola sull’angolo
Ogni contratto tecnologico porta in casa anche la storia — e la reputazione — di chi lo firma dall’altra parte.

C’è un contratto da circa 30 milioni di dollari che da oltre un anno costringe il mondo tecnologico a discutere di sé stesso. Nell’aprile 2025 l’ICE — l’agenzia federale statunitense per l’immigrazione e le dogane — ha affidato a Palantir Technologies lo sviluppo di ImmigrationOS, una piattaforma pensata per rendere più rapide l’identificazione, la prioritizzazione e la logistica delle espulsioni. Da allora si sono susseguiti una lettera pubblica di ex dipendenti, uno scontro a viso aperto tra il fondatore di Y Combinator e i vertici dell’azienda, proteste davanti agli uffici e una difesa senza arretramenti del CEO Alex Karp. Il caso non riguarda solo Washington: dice qualcosa di preciso a chiunque, anche in Europa, compri tecnologia critica. Prima i fatti verificati, poi la lezione.

I fatti, in ordine

  • Il contratto: ad aprile 2025 l’ICE ha modificato un contratto esistente con Palantir per circa 30 milioni di dollari, incaricandola di costruire l’«Immigration Lifecycle Operating System». Tre le funzioni dichiarate nei documenti: dare priorità all’individuazione delle persone da espellere (l’agenzia cita criminali violenti, membri di gang, visti scaduti), tracciare le «auto-espulsioni» con «visibilità quasi in tempo reale», rendere più efficiente la logistica delle rimozioni. Affidamento diretto, senza gara, con richiamo esplicito agli ordini esecutivi presidenziali; prototipo previsto per il 25 settembre 2025, contratto fino a settembre 2027.
  • La reazione del mondo tech: Paul Graham, fondatore di Y Combinator, ha accusato pubblicamente l’azienda di costruire «l’infrastruttura dello Stato di polizia», invitando i migliori programmatori a lavorare altrove e chiedendo a Palantir un impegno pubblico a non aiutare il governo a violare la Costituzione.
  • La risposta dell’azienda: Ted Mabrey, responsabile commerciale globale, ha rivendicato la collaborazione con la sicurezza interna — nata, ha ricordato, dopo l’omicidio dell’agente federale Jaime Zapata — ha definito «in malafede» la richiesta di Graham sostenendo che quell’impegno «è già stato preso in tutti i modi possibili», e ha aggiunto di aspettarsi nuove candidature proprio grazie alla polemica.
  • Gli ex dipendenti: a maggio 2025 tredici ex dipendenti — ingegneri, manager, una persona del team privacy e libertà civili — hanno firmato una lettera aperta accusando l’azienda di aver smantellato le proprie barriere etiche e di normalizzare, con il proprio lavoro per l’amministrazione, pratiche che il codice di condotta interno avrebbe dovuto impedire.
  • La linea di Karp: il CEO non ha mai arretrato. Nella lettera agli azionisti ha sostenuto che il software dell’azienda è «altrettanto capace di prevenire un’intrusione incostituzionale dello Stato nella vita privata dei cittadini»; a febbraio, in un’intervista alla CNBC, ha rovesciato l’argomento dei critici: «Se siete critici verso l’ICE, dovreste protestare per avere più Palantir», cioè più tracciabilità e vincoli su chi opera.
  • Il perimetro cresce: a settembre 2025 è arrivato un secondo ordine da circa 30 milioni per licenze e manutenzione; le proteste, dentro e fuori il settore, non hanno fermato né il programma né il titolo in borsa.

Nessuna autorità ha contestato illeciti all’azienda, che rivendica legalità e utilità del proprio lavoro. Ma per chi osserva dal lato di chi compra tecnologia, il punto non è dare ragione a Graham o a Karp. È capire cosa questo scontro cambia nei contratti.

La lezione n. 1: la reputazione del fornitore è parte del rischio del cliente

Ogni organizzazione che adotta una piattaforma importa nel proprio registro dei rischi anche la reputazione di chi la vende: le sue altre commesse, i suoi scontri pubblici, le dimissioni e le lettere aperte dei suoi ex dipendenti. Non è una questione morale, è una questione operativa: consiglieri di amministrazione, sindacati, clienti e talenti fanno domande, e «non lo sapevamo» non è una risposta. La due diligence su un fornitore critico non può fermarsi a bilanci e certificazioni: deve includere il portafoglio clienti, i contenziosi, la governance. È uno dei motivi per cui nel nostro approccio la scelta dei componenti tecnologici è una decisione documentata, con criteri scritti prima — non giustificata dopo.

La lezione n. 2: i criteri etici stanno entrando nei capitolati

Il caso americano mostra una tendenza che in Europa è già norma in costruzione: l’allineamento di valori e di governance sta diventando un criterio di acquisto, accanto a prezzo e prestazioni. L’AI Act impone sorveglianza umana e trasparenza sui sistemi ad alto rischio, e i capitolati pubblici cominciano a chiedere dove stanno i dati, chi li vede, quali usi sono esclusi. Per la pubblica amministrazione — ma sempre più anche per le imprese regolate — scrivere questi criteri nel capitolato è il modo di non doverli improvvisare in emergenza mediatica. La conformità smette di essere un allegato: diventa parte della specifica tecnica.

La lezione n. 3: i limiti d’uso si scrivono, non si presumono

ImmigrationOS nasce come evoluzione di un sistema di gestione dei casi investigativi: uno strumento costruito per uno scopo è stato esteso a uno scopo diverso, con una modifica contrattuale. È la dinamica da presidiare in ogni contratto tecnologico, nei due sensi: cosa può fare il fornitore con i vostri dati, e fino a dove può spingersi l’uso dello strumento senza una nuova decisione esplicita. Le clausole sui limiti d’uso — finalità ammesse, usi esclusi, obbligo di consenso scritto per le estensioni, controllo umano sulle decisioni che toccano le persone — valgono quanto le clausole sul prezzo. Si negoziano alla firma, o non si hanno.

Cosa fare, se scegliete un fornitore critico

  1. Fate due diligence reputazionale: portafoglio clienti, contenziosi, posizioni pubbliche dei vertici — e riesaminatela a ogni rinnovo.
  2. Scrivete i criteri etici nel capitolato: usi esclusi, trasparenza, requisiti di governance. Prima della firma, non dopo la polemica.
  3. Chiedete i limiti d’uso per iscritto: quali finalità, quali dati, quali estensioni richiedono un nuovo consenso.
  4. Pretendete controllo umano documentato sulle decisioni che incidono su persone: chi valida, con quali evidenze, con quale tracciato.
  5. Tenete pronta l’uscita: dati esportabili, documentazione completa, costi di migrazione noti — la reputazione di un fornitore può cambiare più in fretta di un contratto pluriennale.

Volete valutare un fornitore tecnologico critico — o mettere criteri etici e limiti d’uso nel vostro prossimo capitolato? Mezz’ora con un nostro esperto per impostare la griglia.

Fonti